| =SGUARDI SUL PAESE. UN ANTROPOLOGO A MODUGNO= |
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| Scritto da Redazione |
| Martedì 19 Novembre 2013 17:50 |
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di Francesca Di Ciaula ___________________ In un pomeriggio domenicale di un novembre ancora tiepido, ho avuto la fortuna di incontrare qui a Modugno l'antropologo e architetto Franco La Cecla e ascoltare dalla sua stessa voce alcune delle sue suggestive e illuminanti riflessioni sull'abitare e gli spazi urbani. Un' occasione ghiotta mi si è presentata, quella di guardare questo luogo, il paese che abitiamo, con le lenti di un antropologo. Franco La Cecla era nella chiesa del Purgatorio, il luogo in cui avrebbe dovuto poco più tardi iniziare la sua conferenza. Lì tra le spesse cornici dorate a racchiudere i rossi carminio e gli incarnati rosei dei dipinti nello straordinario contrasto con la povertà delle pareti imbiancate a calce, abbiamo avviato un'amabile conversazione. La chiesa, la sagrestia e poi il tavolino del bar nella piazza antistante, sono stati i luoghi che hanno fatto da sfondo al nostro conversare, al mio interrogare inesausto e alle sue osservazioni. La chiesa e il bar, il passato e il presente, riferimenti temporali e chiavi di lettura così difficilmente conciliabili in un discorso continuo che voglia cogliere tutta la complessità di un paese cresciuto rapidamente. Vorrei che ci guidasse nella lettura di questo paese, che vero paese con identità propria - a voler usare un' abusata categoria concettuale - non lo è più da tempo. È un paese la cui storia recente è storia di repentini cambiamenti, intessuta quindi di contraddizioni e contraddittori modi di sentire l'abitare. Qui ad esempio c'è questa difficoltà della percezione di un passato che stride con il presente, difficoltà a manipolare tradizioni e memorie, il più delle volte avvertite come materiale ingombrante in relazione al vissuto quotidiano. Questo è un paese che ha mutato tanto di sé, soprattutto le attività economiche. Le abitudini sono cambiate e le stesse tradizioni non riescono a mantenere funzione di collante sociale. Il paese ha vissuto un'espansione repentina, il nuovo ha rapidamente sostituito il vecchio e il cemento ha coperto molto suolo. Non conosco molto di questo paese, sono qui da ieri, ma forse le prime impressioni sono interessanti perché prive Ovviamente questi posti devono la propria identità all'essere legati ad altrove, ma forse hanno lo stesso problema che hanno le grosse città, dove inglobare il passato non è facile, perché il ritmo della vita quotidiana è abbastanza intenso. Quindi ciò che importa è come vengono abitati questi posti, non i monumenti e le memorie che si possono conservare. Ovviamente questo è il compito di chi si occupa di fare cultura, cioè di riuscire a ricreare dei luoghi che siano dei condensatori, in cui la gente si riconosce. Un compito per certi versi non facile perché occorre inventare qualcosa che sia specifico del luogo, di Modugno e non di Bari. Stiamo parlando di un posto che non è periferia degradata. Qui c'è un centro. Ecco, più che sobborgo direi che è quello che una volta erano quei piccoli centri a Parigi. Parigi è cresciuta così, con piccoli centri che sono stati poi inglobati nella città. È vero abbiamo un centro, abbiamo spazi pubblici come le piazze, ma sono spazi che mostrano lacerazioni e perdite. Non più luoghi di incontro e scambi, le nostre piazze sono spazi che si sono svuotati nella fuga soprattutto dei più giovani verso la città. Questa perdita della funzione vitale di aggregazione della piazza, non è forse strettamente connessa al fatto che dobbiamo gettare la chiave di lettura della comunità per questo paese?
La comunità non è la soluzione. Quelli che si richiamano alla città come luogo dell'anonimato, dimenticano che la comunità è anche un problema. Ad esempio le città con presenza forte di etnie, che sono comunità, hanno il grosso problema che le etnie quando si chiudono adottano regole interne in contrasto a quelle democratiche. Questa democrazia dell'abitare, che è questione non facile in una città, qui da noi è difficoltà a vivere processi di partecipazione. Qui ha preso sempre più piede un senso di estraneità al paese, man mano che il disorientamento si è trasformato in malessere. A ciò si aggiunga il male di sempre dei paesi, quel rancore che si nutre del già conosciuto, già saputo, quindi non degno di attenzione. Questo conserviamo ancora del paese.
È quello che accade nei piccoli posti. Accade che quando la gente vive molto insieme, i rapporti sono molto più Ho vissuto a Venezia per tre anni. In inverno Venezia ha sessantamila abitanti e i rapporti sono superficialissimi. Come in tutti i piccoli paesi, l'approfondimento non è possibile, nei paesi la gente può arrivare normalmente ad odiarsi. Per questo se si vive molto vicini è importante creare cuscinetti di tolleranza, ma questo nelle grandi città non è necessario dal momento che scegli le persone che vuoi vedere. Se vivi a Milano o Londra sai che è necessario prendere un appuntamento. Quando torno a Palermo, che comunque è un paese, mi pongo sempre la domanda: perché devo salutare qualcuno con cui non ho niente da dire per il solo fatto che lo incontro? Questo è il vero problema del vivere in prossimità. Le grandi città invece ti consentono la scelta. Abbiamo in tanti qui la sensazione, magari non ragionata ma solo avvertita a fior di pelle, quella della perdita di punti di riferimento. Ci pare che la nostra sia difficoltà a percepire questo posto. Con quali lenti poter osservare questo paese che è molto cambiato? Qui in tanti avvertiamo il significato di quel “perdersi” di cui lei ha scritto, che è smarrimento delle necessarie connessioni con i bisogni veri della gente che ci vive. Probabilmente perché il paese sta cambiando l'identità. La mia impressione è che questo non sia luogo di transito, né vero dormitorio. Questo sembra un luogo dove la gente resta. Immagino che la gente che vive qui, ci è nata e probabilmente lavora altrove. Il paese sta diventando forse un luogo dove è piacevole tornare la sera, un buon luogo dove tornare, poiché è un posto comunque vivo, non fatto di sole case popolari. Per cui ciò che sta accadendo è che È il problema di tutti i luoghi che ruotano intorno alla città, dove è importante inventarsi qualcosa che sia prodotto nel luogo. Occorre che accadano cose o che il paese diventi un punto di riferimento per attività culturali. Fondamentale è utilizzare gli spazi esistenti. Per esempio una cosa su cui lavorare è questa cosa delle vasche. Ho lavorato a Barcellona sulle periferie. Una cosa interessante è che in alcune periferie la gente non torna in centro, bensì rimane in periferia, perchè il passeggio lì è molto gratificante. Lì ci sono le ramblas. Il fatto di passeggiare dà alla gente la soddisfazione di vedere e farsi vedere e crea un vero e proprio centro, una centralità, uno scambio. Qui voi avete le vasche e probabilmente è questo qualcosa su cui lavorare, come renderle un qualcosa di più arricchente, come darle più agio, renderle un luogo di piacevolezza, dove la gente si ferma, si siede e avverte che è piacevole restare. Vasca è il nome che qui davamo al passeggiare in avanti e indietro. Così anche i ragazzi facevano nuovi e vecchi incontri. È ciò che nel gergo meridionale si chiama struscio. Le nostre vasche hanno la caratteristica del fatto che la gente autonomamente sceglie il suo limite. Non si capisce mai per quale motivo ad un certo punto finisce il fare vasca. La vasca è un ottimo laboratorio per studiare come la gente produce centro, come mai ci sono luoghi che fanno vasca e poi il marciapiede dopo è finito tutto. Interessante osservare quali sono le caratteristiche che rendono un luogo vasca e il luogo accanto no. Accade pure che le vasche si estendano e possano diventare più lunghe. In Spagna sono le ramblas il modo di fare vasca. La ramblas è quel listone centrale fiancheggiato da due strade. La gente in Spagna non Ecco, qui probabilmente siete in un luogo di transizione. In parte qui c'è qualcosa che rimane del far vasca. Forse su questo occorrerebbe giocare Questo è un effetto città. Il farsi vedere, la soddisfazione di stare a passeggiare vestendosi perchè si va a passeggio, vedendo come la gente è vestita. Basta pensare allo sguardo, al pettegolezzo, una forma di controllo sociale un po' lento simile ad un gioco. Tutto questo è già cultura al massimo della potenza. L'unica tradizione è il pettegolezzo, che è una cosa atroce, eppure è una gran forma di cultura, perché crea coesione, è il motivo per cui torni in un posto che conosci. Ritornando al tuo paese in qualche modo ti aggiorni al mondo, che è il mondo che tu hai sotto controllo. Questo è il pregio di essere italiani, la possibilità di avere un tuo serbatoio di riferimento. Questo dello struscio è quello che avveniva fino a due, tre decenni fa in questo paese. Ritornare a quel modus vivendi non è un ritornare indietro? Inoltre i luoghi di struscio come come la nostra villa comunale sono stati modificati. Li si è voluti rendere più moderni e ariosi, insomma non sono più quelli di un tempo. Questo ritornare indietro a questo uso delle vasche è una cosa positiva? Aiuterebbe il paese a essere più se stesso?
Certo che sarebbe una cosa positiva, soprattutto perchè il problema della villa comunale è che è stata trasformata con un'idea molto monotematica di luogo pubblico. Al contrario i luoghi pubblici che funzionano sono quelli che non sono definiti. Le piazze italiane sono luoghi straordinari poiché luoghi multifunzionali, dove non viene suggerito in modo univoco alla gente il loro uso. La gente si inventa cosa fare in piazza, ma è vero che più affidi agli architetti Ad esempio una delle cose tipiche dei paesi della Basilicata sono gli gli uomini di una certa età in circolo. Io ci ho fatto uno studio specifico. Gli uomini di una certa età in circolo in piedi fanno in continuazione il gesto di scrollare le spalle. Qualunque cosa viene detto dall'altro è sciocchezza, ma il loro è un modo a tenere il circolo. Vale a dire che in questi circoli il gioco è di levare la parola all'altro senza interromperlo, di inserirsi senza offendere come se fosse un gioco di carte. Bisogna essere bravissimi e infatti ci restano per ore. Quindi c'è una classe di età che fa questo. Poi ci sono gli adolescenti, che hanno un bisogno fondamentale, quello di non essere visti. Hanno bisogno di luoghi un pochino a parte. È un problema, ma è anche vero che bisogna far finta che non siano visti, dal momento che devono stare a parte. Il problema dell'adolescente è di trovare un luogo che non sia controllato dai genitori. È interessante come la gente si aggrega, come questo accada, però è fondamentale che ci siano luoghi disponibili e che vengano ricolonizzati. Per questo occorre inventarsi cose che accadano. Da noi in Sicilia per fare vasca basta avere venditori di semenza, che vendono semini in un coppo. Basta avere un coppo di carta con noccioline, la semenza, semi di zucca, e càlia. Compri il coppo delle dimensioni che ti serve, a seconda delle vasche che vuoi fare. Vai avanti e indietro e mastichi. Per questo è fondamentale che ci siano questi venditori ambulanti. Lì c'è tutto un discorso interessante sull'ambulantato, cioè sul fatto che questi luoghi di struscio siano luoghi in cui l'unica cosa che funzioni sono cose provvisorie come i carrettini. È interessante sviluppare questo aspetto di provvisorietà: occupare uno spazio con cose che sono provvisorie. Veniamo al suo ultimo lavoro su Ivan Illich. Questo aspetto del convivere, del vivere insieme in uno stesso luogo e delle strette interconnessioni che accadono tra la fisicità degli spazi e le persone che li abitano, quanto è presente in questo ultimo suo studio?
Quindi una “mente locale” è rintracciabile in questo paese, dove mutamenti continui si sono inseguiti in questi ultimi decenni?
Occorre dire che molto spesso chi abita in un posto non si ne rende conto di quale sia la mente locale. La si coglie Fuori dalla chiesa le parole di Franco La Cecla erano intervallate dai suoi sguardi tutt'intorno, le sue osservazioni come didascalie a istantanee afferrate nella piazza semi deserta. Uno schermo accanto al negozio di sigarette elettroniche con immagini di una partita di calcio e nessuno a guardare, un gruppo di immigrati probabilmente asiatici in cerchio nell'angolo della piazza, la porta semichiusa del circolo ricreativo - locale rigorosamente per soli uomini - illuminato dall'interno. Ed è stato questo suo guardare, azione inesausta dell'antropologo, il costante contrappunto al nostro conversare. Osservare il luogo che fa da sfondo ad azioni quotidiane, fermare lo sguardo su aspetti consueti eppure mai inessenziali di un posto, è stata una lezione importante, esercizio di antropologo inaspettatamente appreso in un tardo pomeriggio nella piazza nel cuore del paese. .
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| Ultimo aggiornamento Mercoledì 20 Novembre 2013 14:50 |