| =PALMINA. PERCHE' LE VITTIME POSSANO NON TACERE PIU'= |
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| Scritto da Redazione |
| Martedì 11 Novembre 2014 14:27 |
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Anche la morte di Palmina, dunque, così come lo era stata la sua vita, sarebbe stata povera e piccola cosa se la sua testimonianza in punto di morte non fosse stata raccolta da un pm che ha difeso a oltranza Palmina e ne ha portato la voce sempre e dovunque, e se quella stessa testimonianza non fosse stata valorizzata in questi 33 anni da altre persone degne. E' così che Palmina ha continuato a vivere e la sua voce che racconta chi le aveva fatto del male ha continuato a sfidare tutti coloro che non le hanno creduto. E' così che le è stata intitolata una piazza nel suo paese, Fasano, e che un gruppo di studiosi ha provato scientificamente che la sua testimonianza risponde a quel che è accaduto davvero (http://www.chilhavisto.rai.it/dl/clv/Misteri/ContentSet-f9ce0f72-1548-4abc-90ee-bedaaefcb9a3.html). E' così che, ancora, la sua testimonianza e la sua vicenda vengono ricordate nelle scuole e in incontri pubblici. Perché ci sia finalmente una giustizia per la quale anche la 'povera cosa' che accusa il suo aguzzino non sia mai più considerata 'bugiarda e calunniatrice'.
“Palmina Martinelli, la ragazzina che venne bruciata viva e che, alla fine del processo, venne “condannata” per Anche per questo, naturalmente, subimmo, subii, una sorta di linciaggio ed un tentativo grossolano di procedimento disciplinare. Certo non fu questa “appendice” istituzionale e giornalistica a spaventarmi; mi spaventò la verifica “sul campo”, se ne avessi avuto bisogno, dell' impossibilità di difendere in un' aula di giustizia una ragazzina bella, giovanissima, povera, senza diritti, carica di speranze ingenue”. [dall'intervista fatta da Mario Dilio a Nicola Magrone, Al 'Bar Silone', 15 giugno 1991, pubblicata nel volume di Conversazioni su Ignazio Silone - Laici e cristiani “il seme sotto la neve”, di Nicola Magrone, Ernesto Balducci, Tonino Bello, Fabrizio Canfora, edizioni dall’interno/Sudcritica,1996]
Nicola Magrone ricorda le ultime parole di Palmina: “Avrei voluto farle sapere: io ti credo” di Roberta Grassi * ------------------------------------- San Pancrazio Salentino, 14 febbraio 2013 “Entrano Giovanni ed Enrico e mi fanno scrivere che mi ero litigata con mia cognata. Poi mi chiudono nel bagno mi tappano gli occhi mi mettono lo spirito e mi infiammano”. Sono le parole (video) che Palmina Martinelli, un ‘tronchetto nero di carbone’, con una voce sottile, affidò al magistrato Nicola Magrone che indagava sul suo terribile omicidio, femminicidio si direbbe oggi. Palmina, 14 anni, una ragazzina bellissima, di una bellezza quasi stridente con il degrado in cui la sua famiglia viveva, che si rifiutò di Un amore negato, bruciato, straziato ma non dimenticato. All’incontro di testimonianza di questo pomeriggio hanno partecipato Rino Spedicato, di Retinopera, diverse associazioni di volontariato, l’amministrazione comunale di San Pancrazio Salentino, oltre ai ragazzi delle scuole. Per Palmina non v’è mai stata giustizia. Al termine di tutti e tre i gradi di giudizio il suo martirio fu ritenuto incredibilmente un suicidio dai giudici che, secondo lo stesso Magrone che sostenne la pubblica accusa (il primo grado si concluse con due assoluzioni per insufficienza di prove), si macchiarono di una colpa gravissima: “Palmina era una cosa troppo piccola” ha detto oggi il magistrato, a 32 anni dai fatti e 30 dal processo. “Se Palmina fosse stata figlia di un giudice non sarebbe andata così” ha aggiunto. E poi ancora: “Palmina ha pagato per la povertà del suo contesto, per la sua insignificanza economica”. E’ stata uccisa come una strega ha proseguito Magrone nel silenzio della platea quando ha letto le trascrizioni delle ultime parole della vittima di una atrocità medievale. “Io avrei voluto solo dirle che le credevo. Adesso, a distanza di anni, se tornassi indietro le direi che io credevo a quello che lei raccontava”. Al pm Magrone fu mossa un’accusa, quella di essere troppo coinvolto: “Io avevo il dovere di appassionarmi a cause come queste. Perché un procuratore della “Io li conoscevo bene - disse la 14enne parlando dei suoi assassini - andavano al bar e mamma li ha messi sulla buona strada, loro non avevano voglia di lavorare. Mi volevano portare lì, io non ci volevo andare e mi ha detto tu morirai con le mie mani. Ho detto io ammazzami, ma io con te non ci vengo. Allora da quel giorno hanno fatto un sacco di dispetti, lettere. Dicevano che mamma invece di andare a lavorare andava per la strada”. E infine l’apice del dolore, la disperata aspirazione alla morte che tanto stride con le quattordici primavere vissute: “Ora mi hanno fatto questo sfregio se guarisco mi uccideranno. Ho quindici anni e della vita mi sono stancata. Vorrei soltanto morire nelle braccia di Cristo che mi aspetta”. Per la giustizia Palmina si uccise da sé. La storia è un’altra, come è inciso in un vecchio nastro che fu acquisto agli atti, lì dove c’è ancora la flebile voce di Palmina che “non si capiva neppure da dove venisse - ha riferito Magrone - perché le labbra non si muovevano”. Ora, alla fine dello scorso anno, la sorella di Palmina Martinelli ha chiesto alla procura di Brindisi la riapertura del processo. Ed è l’unica occasione perché le parole sussurrate della quattordicenne possano finalmente essere prese in considerazione, se anche non dovesse servire più a far pagare il conto ai colpevoli, a dare loro (ufficialmente) un nome oltre che una pena esemplare. * di Brindisireport.it foto sudcritica |
| Ultimo aggiornamento Martedì 11 Novembre 2014 18:17 |